"Senza Titolo" racconta per frammenti un faticoso apprendistato: quello alla vita invisibile. Una bambina che rapidamente diventa ragazza, persona compiuta ma fragile, che sperimenta se stessa sul margine della provincia italiana, e più tardi reinventa la sua posizione nel mondo spostandosi fisicamente, mentre la sua identità resta immobile e sola. E nel frattempo una voce sottile ma dura la segue, la esorta, ne tocca le crepe. L'apprendistato alla vita invisibile pulsa su pagine sporche, imperfette perché in divenire; pagine sostanzialmente segrete ma desiderose di farsi ascoltare e vedere: dodici stanze private, dentro le quali - con tutta la delicatezza del caso - possiamo guardare.

In sidebar il collegamento a Kainowska, Laboratorio di Altre Scritture di Luiza Samanda Turrini, su cui potete leggere una bella introduzione a "Senza Titolo", e il collegamento ai lavori di Monica Rossi. Last but not least, testo completo e lettura musicata. Pure garage.


1.

viene il momento
di chiudere gli occhi
e lasciarsi pensare

ora puoi dissotterrare ossature bambine,
succhiare ogni scheggia di ferro
infilatasi sotto la pelle,
parlare con chi non c’è più

rimanendo faccia a faccia con il buio:
perché la luce, a seconda di come ferisce la scena,
ti graffia le guance o ti taglia la gola;
perché il passato rigira coi suoi fotogrammi furiosi
nel piccolo cinemascope della mente
e ti chiama a vedere


2.

entri di colpo in un primo ricordo
e ti sembra di essere al chiuso.
ma il ricordo è più un’uscita, che un’entrata,
o è soltanto un’estensione
delle nostre sospensioni

appare comunque, chirurgico,
il bacio che il mondo dirotta e disperde,
la mano che non ti raccoglie,
il ricordo che già si sfilaccia e ti lascia
per un intervallo di tempo
nel vuoto


3.

nella realtà ti ritrovi di carne,
sei muscoli e seni,
una nuova creazione,
e non sono trascorsi
che cinque o sei anni

sei un sottile pulviscolo di sentimenti,
un insieme di tremiti, lotte, capelli
che non si governano, occhi brillanti

tu sei la gemma che si apre in silenzio
in un campo stellato di mine


4.

affacciandoti al confine,
sulla soglia appena nata, ipersensibile,
che guarda al mondo adulto,
senza un’idea di paesaggio,
al di là del disordine,
dentro uno straripamento che allaga notturno,
non visto, le tue solitudini intime
e prende di prima mattina,
mentre sei scalza, la stanza ghiacciata,
il pigiama vaniglia con gli orsi
che ancora ti veste di infanzia,
non conta davvero più niente
di quel che sapevi

la vita dipana il suo cavo d’acciaio,
l’acciaio diventa un machete,
la guerra comincia


5.

quando il paesaggio si compie
ti servono la matematica, la geometria,
la fortuna; perché vanno calcolate, certe cose:
quante volte un’eco batte sul portone di una casa
e se si schianta in quanti morsi si frammenta

mentre ti sposti si inverte la viabilità,
la ragione si ingorga e tu resti al confine
di ciò che la vita ti sbraita nel cuore
o ti lascia capire

finché tu stessa ti ingorghi
e ti trovi le impronte dei denti nel collo


6.

è una questione di spettro solare,
di quale lunghezza si assorbe o si emette.
vedi una selva di tetti a due falde,
una chiesa, un frangente di cielo coperto
e di tre dimensioni ne restano due

profondità è la prerogativa
di quel che ti affonda


7.

vada, vada pure, se il paesaggio non le piace
siamo tutti intercambiabili, quaggiù

accetti di partire come in sogno
e come in sogno scorri un mondo alla rovescia,
come una qualche città di Calvino,
come una pozza di vita specchiata

la città non ha confini,
non ti lascia intravvedere com’è fatta,
non inizia e non finisce

è l’anticittà che ti ingloba
e di nuovo ti carica di gravità


8.

magari si è capaci
di viaggiare capovolti,
di vogare in superfici riflettenti,
scivolare come un liquido,
dotarsi delle mosse del mercurio

ma in questa regata vetrosa
tu sei solamente un macigno
che teneramente si sposta


9.

muoio, se mi fido,
se abbandono questo attrito
muoio tutta, non c’è storia
che mi tiene

noi che non sopravviviamo a noi stessi
e giornate di pura intifada
perforano i nostri polmoni

tu, nel dettaglio dell’inquadratura, tu sola,
tu punto imperfetto che appari
e scompari in un battito satellitare,
rifatti un appunto, ripetilo, imparalo bene:
la felicità è una fede,
o ci credi o non esiste


10.

decorare, rifinire, profumare
una casetta sotto terra
non è segno di coerenza.
almeno, se vivi una vita da bunker atomico,
fai la dispensa, una pila di scatole liofilizzate,
una disidratata condotta da assente,
perché annaffiare le ortensie
nel proprio estenuante rifugio
non porta le consolazioni che cerchi


11.

perdersi a destra o sinistra
non fa differenza, si è persi,
e se c’è un sopra e cosa è sotto
non importa neanche molto

scorrono scure e costanti le notti,
come chiatte che trasbordano
pensieri giganteschi, più pesanti
della tua pietrificata identità

torna il momento di aprire le palpebre,
considerare da zero i due capi del filo,
aggrapparsi a minuscoli ormeggi
e tirare, tirare sperando che adesso
e per qualche parentesi lunga
subentri la scenografia che ti salva


12.

resta la nuda struttura teatrale,
il sussurro di un suggeritore
che ha perso da tempo la trama.
resta soltanto il referto
di ciò che si è: un alone così tenue
che non svela il sentimento.

allora qualcuno,
per darsi coraggio,

lo chiama invisibilità.